Il Secolo XIX torna a puntare i riflettori sul banchiere nero

Il Secolo XIX torna a puntare i riflettori sul banchiere nero

Il Secolo XIX torna a puntare i riflettori sul banchiere nero
Ieri, sul Secolo XIX, anche il bravissimo Angelo Boselli non è rimasto indifferente al fascino del banchiere nero in trasferta a Triora e ne ha parlato sulle pagine del quotidiano.
Un immenso grazie da me e da Carlo Frilli per lo spazio dedicatoci e un grazie non per questo meno sentito all’amico Marco Vallarino, giornalista e scrittore di lungo corso, che ha contributo a impreziosire il mio romanzo con una puntualissima postfazione.
I diritti d’autore saranno devoluti al Centro Aiuto alla Vita a.p.s. Sanremo, realtà importante del territorio che i occupa di mamme e di future madri in difficoltà.
Buona lettura a tutti!
La Valle Argentina ispira la penna noir di Ferrario

La Valle Argentina ispira la penna noir di Ferrario

La Valle Argentina ispira la penna noir di Ferrario…

 

Un immenso grazie alla bravissima Daniela Borghi che stamattina ha illuminato la mia alba milanese (ancora decisamente senza un filo di sole essendo le 6.40) con un bellissimo articolo sulle pagine de La stampa, dedicato al mio banchiere nero Raoul Sforza in trasferta tra Sanremo e la valle Argentina…

 

 

Il banchiere nero vola alto grazie a Gian Paolo Serino

Il banchiere nero vola alto grazie a Gian Paolo Serino

Il banchiere nero vola alto grazie a Gian Paolo Serino

 

Il banchiere nero Raoul Sforza compie cinque anni e Gian Paolo Serino ha voluto farmi il regalo più bello che potessi desiderare per il mio personaggio e per il sottoscritto.

Le sue parole, generose e mai scontate, hanno fatto irruzione in un lunedì mattina uggioso in una Milano distratta, ma Serino era tutto fuorché distratto.

Il tempo dedicatomi è stato tanto e prezioso.

Grazie GiPi, il cielo lasciamolo ai passeri…

Consigli di lettura

#consiglidilettura credo ormai sappiate che quando mi innamoro di un libro ne scrivo decine di volte. Mi è successo con “Il banchiere nero e la bambina scomparsa” di Ippolito Edmondo Ferrario-Scrittore Carlo Frillisecondo me me il miglior giallo noir ad oggi del 2025. Innamorarsi di un libro significa rileggerlo, toccarlo tra le dita, tra le mani come voler far propria una poesia che da sempre si sa a memoria. Ne scriverò spesso perché e’ un libro che indagando un delitto indaga noi stessi. Ambientato a Triora
-uno dei paesi abbarbicati sulle montagne dell’entroterra ligure che non sono vette ma neanche colline- più precipizi a volte di bontà estrema a volte di burroni esistenziali- il romanzo colpisce per la scrittura (una sinfonia di parole con qualche nota stonata) e per la storia che nasconde la storia. Come se fosse verderame o pioggia caduta dal vento della memoria. Una storia sbagliata, ma che rivela come il protagonista-il banchiere nero- abbia molte strane ombre che hanno origini negli anni ’70 durante quegli anni di piombo che adesso sembrano solo il veleno di un’Italia che seppellendo se stessa ha seppellito non solo la verità ma gettato una ombra che un bosco di collina, verderame, non perdona. Perché una bimba non è una bomba in una banca ma lo sporco gioco di uomini di destra e di sinistra sempre pronti a nascondersi nella politica del bene comune. E a noi rimane un sorriso, un mugugno, una specie di sorriso amaro che ci sfiora i pensieri e le labbra ma domani si sa e’ un altro giorno e chi lo sa.
Mi permetto nel primo post di consigliarlo ad amici non solo liguri ma a tutti voi.
Se non Vi piace Vi rimborso il prezzo di copertina

Gian Paolo Serino

 

 

 

Il banchiere nero e la bambina scomparsa

Il banchiere nero e la bambina scomparsa

Pochi giorni all’arrivo in libreria del quinti “capitolo” della saga del banchiere di Milano Raoul Sforza.

Una vicenda cruda, ispirata ad una storia vera, accaduta tra  il 1968 e il 1969 in provincia di Asti.

I diritti d’autore, derivanti dalle vendite del volume verranno devoluti al Centro Aiuto alla Vita A.P.S. Sanremo

 

Sinossi

Liguria, valle Argentina, a pochi chilometri da Sanremo. Tra il 1968 e il 1969 questo incantevole angolo di entroterra diventa lo scenario di un crimine efferato che ha come vittima Maria Teresa Rebaudo, una ragazzina di soli tredici anni, rapita dalla casa degli zii in piena notte a Badalucco.
Della piccola, da quel maledetto 16 dicembre del 1968, si perdono le tracce fino a quando non viene ritrovata morta, dopo otto mesi di prigionia, nel sotterraneo di una casa isolata, a pochi chilometri da Triora, antico borgo divenuto famoso nel tempo per il processo alle streghe svoltosi secoli prima.
Dopo più di cinquant’anni dai fatti di allora, il ritrovamento del cadavere di Osvaldo Russo, originario di Milano, genera una strana inquietudine tra i pochi abitanti di Realdo, frazione di Triora. Le circostanze farebbero pensare ad un suicidio, ma c’è chi non ne è del tutto convinto, al di là della versione ufficiale fornita dalle forze dell’ordine. Costui, già amico del Russo, è Raoul Sforza, meglio conosciuto come il “banchiere nero”, uomo da sempre al centro di scandali e processi, con un passato legato al mondo della destra eversiva. Freddo e calcolatore, cinico e spietato, Sforza si calerà nelle atmosfere suggestive della valle, conducendo un’indagine personale dai risvolti imprevedibili e devastanti.

 

 

 

 

 

 

 

L’agonia della falena. Un’indagine del commissario Scichilone

L’agonia della falena. Un’indagine del commissario Scichilone

L’agonia della falena. Un’indagine del commissario Scichilone.

 

Dopo anni di assenza dal mondo dei libri nelle vesti di lettore (durante i quali ho ascoltato e riascoltato i romanzi di Umberto Eco e di Valerio Evangelisti), mi sono ritrovato immerso nuovamente nella lettura cartacea, in maniera spasmodica e incontrollata.
Due sono stati gli elementi che mi hanno portato a immergermi in un libro nuovo e a non riuscire a distaccarmene fino alla fine: l’estremo Ponente Ligure e Roberto Negro.
Negro lo conosco personalmente da molto tempo in qualità di noto e affermato autore di noir ambientati nella sua città d’adozione, Ventimiglia; nonostante ciò non avevo mai letto la sua serie di romanzi con protagonista il commissario Vittorio Scichilone.
Un motivo vero e proprio per questa mia mancanza di interesse non c’è mai stato, fino a quando, dopo essermi rivisto di recente con Roberto, incuriosito dal suo ultimo libro, ho deciso di leggerlo.
L’agonia della falena. Un’indagine del commissario Scichilone (Fratelli Frilli Editori) è il tredicesimo capitolo di una saga longeva e di successo.
Un giorno e mezzo di lettura, intervallata dalla ritualità della spiaggia, per calarmi nella quotidianità di Vittorio Scichilone e rimanerne coinvolto, se non invischiato.
Terminato il romanzo, ho provato una sensazione di malessere che per il sottoscritto è indice di qualità: quando un libro lascia il lettore indifferente o distratto, per l’autore di turno si prospetta una sconfitta. In questo caso non c’è posto per l’apatia o per la noia.
Al di là dell’efferatezza delle situazioni descritte, la figura del protagonista è un formidabile motore trainante di tutta la storia.
Il commissario Scichilone non scimmiotta altri personaggi che ritroviamo nell’attuale panorama del noir italiano, non è l’ennesimo clone di un Montalbano, ma un poliziotto reale, forse anche troppo.
Roberto Negro non si è dovuto inventare nulla perché lui stesso ha lavorato nella Polizia di Stato a Ventimiglia, e non solo, per anni e il mestiere lo conosce meglio di chiunque altro.
Non c’è spazio per la finzione, né per la fantasia: la vicenda narrata è un viaggio, angosciante, nella psiche umana, là dove si annidano incubi e mostri, gli stessi che popolano la cronaca nera.
La vita di Scichilone, come dicevo, è intrisa di frustrazioni, scandita da problemi personali e sentimentali e proprio per questo non si può e non si riesce a non provare fin da subito empatia, a non calarsi nei suoi panni perché le sue debolezze lo rendono vero e soprattutto umano.
Nelle descrizioni asciutte, ma puntuali, Roberto ci regala uno spaccato della questura, della vita di chi è preposto a un lavoro tanto delicato quanto fondamentale.
Non ci sono sparatorie (da me peraltro tanto amate, ma questa è un mio punto debole, come scrittore), ma ci sono le macchine che distribuiscono il caffè a tutte le ore, c’è l’odore degli uffici in cui si lavora anche di notte, senza orari, dove si consumano pasti veloci e dove si vive perennemente attaccati al telefono.
E poi c’è Ventimiglia, una città che mi ha sempre messo a disagio, forse perché non la conosco; la sensazione che essa mi comunica da sempre è quella di precarietà, quasi di pericolo.
Città di confine, di traffici illeciti da sempre, luogo dove il disagio sociale lo si percepisce come un male atavico per il quale non c’è cura, come se fosse segnata da un destino che non ammette alcuna forma di riscatto.
Roberto Negro questo male di vivere della sua città lo ha visto da vicino per anni con il proprio lavoro e ora ce lo regala con la scrittura.
Forse è un suo modo per esorcizzarlo, per lenire ciò con cui ha convissuto per tanti anni e che credo non si possa dimenticare facilmente.
Alcuni sostengono che la scrittura è una forma di catarsi; non so se questo valga anche per Roberto Negro…
In cuor mio non ho mai amato coloro che tendono a psicanalizzare gli scrittori in base a ciò che scrivono.
Ecco perché preferisco non aggiungere altro a quello che ho scritto fin qui.
La mia copia de “L’agonia della falena”, giace sul comodino della mia camera da letto, un po’ maltrattata dalla lettura fatta in spiaggia, tra sabbia e salmastro.
Un tempo badavo a conservare i libri in maniera maniacale, ma mi sento in qualche modo giustificato.
Forse, con un pizzico di supponenza, penso che lo stesso Scichilone approverebbe questo trattamento, non essendo il tipo da badare a certi inutili vezzi maniacali da bibliofilo.