Il Segreto dell’antiquario. Un racconto inedito

Il Segreto dell’antiquario. Un racconto inedito

Il Segreto dell’antiquario. Un racconto inedito.

Un viaggio al centro di Milano, dei suoi segreti nascosti perché persi nella memoria o perché nei misteri di particolari che (di)svela in questo racconto inedito Ippolito Edmondo Ferrario – in libreria con “Il banchiere nero e il segreto della bambina scomparsa (Frilli editore).

Un racconto che rivela, oltre che il romanziere di vaglia che conosciamo, un autore che anche nel genere del racconto breve dimostra di essere uno scrittore che ha molto da dire. E da scrivere. Un racconto breve, forse l’arte più complessa della letteratura, che qui non perde mai il ritmo, il tempo, quasi uno swing tra l’elegante oscurità di una Milano che da una parte si è persa e che dall’altra usa ogni mezzo per non perdere la propria anima. In questo caso un’anima che definire nera, con un finale giallo dalle tinte lovercraftiane, sarebbe legittimo se non fosse che sembra uscita da un dipinto. E’ come se Sironi avesse dipinto, al posto delle nebbie dei Navigli, la Milano del Quadrilatero, come se avesse velato le sue strade e i suoi segreti tra le nebbie delle sue opere. Dietro le luci di gemelli portati ai polsi con eleganza massonica o semplicemente di apparenza, dietro le luci delle vie del centro illuminate a vita, Ippolito Edmondo Ferrario avesse fermato il tempo immobile in una poesia sociologica che tutti vediamo perché la viviamo, ma la ignoriamo.

Un racconto con sfumature che ricordano anche il Dino Buzzati giornalista di cronaca nera, un ricercatore di verità dietro la luce (pietosa) che tutti i giorni riflettiamo, accecandoci, sino a diventare controfigure di noi stessi, sino a diventare manichini imbalsamati di quello che crediamo di essere e che non siamo. Un racconto che è quasi l’autobiografia nascosta di tutti noi.

Gian Paolo Serino

Quella mattina, uscendo di casa, ebbi l’impressione che stessi finalmente iniziando davvero la professione di giornalista, nonostante lavorassi al giornale, nelle vesti di collaboratore esterno, da poco più di due anni. Giudici, mio caporedattore, specializzato nel mandarmi in giro per Milano a seguire tutto ciò che gli altri colleghi, specie i più anziani, evitavano come la peste, il giorno precedente mi aveva preso in disparte per parlarmi.

Quando ero già rassegnato ad accettare di recarmi all’ennesima riunione sindacale di ferrotranvieri, che fra l’altro mi avevano preso in simpatia forse per la mia giovane età e la mia disponibilità ad ascoltarne le problematiche, Giudici, con un tono tanto confidenziale quanto inusuale, mi si era rivolto in questi termini: “Barbieri, lei che si interessa d’arte, ha saputo di Gianluca De Bellis? Dopo cinquant’anni di onorata carriera, l’antiquario della Milano da bere chiude i battenti. Non so se è una trovata pubblicitaria delle sue, o meno, ma vale la pena approfondire”.

La mia espressione, vagamente allocchita, lo aveva forse tratto in inganno circa la mia competenza in materia. In realtà il nome dell’antiquario mi era noto, ma ancora non capivo che cosa potessi c’entrare io con la notizia. Riparai immediatamente, dipanando ogni dubbio sul fatto che sapessi di chi stesse parlando.

“Avrà venduto il Leonardo da Vinci che aveva esposto due anni fa. Con quello si è messo a posto per il resto della vita”, osservai ironico, ricordando il clamore per la straordinaria opera che De Bellis aveva esposto nel suo negozio al punto che, per tutto il periodo della mostra, la bottega era stata presa d’assalto da folle di turisti al pari di un museo.

Operazione pubblicitaria perfettamente riuscita o l’ennesimo desiderio di regalare alla “sua” Milano un qualcosa di unico che faceva parte della sua collezione da tempo immemore?

De Bellis non era nuovo a questo genere di operazioni che lo avevano visto esporre pezzi unici dai prezzi esorbitanti.

“Può essere! Anzi potresti chiederglielo direttamente tu visto che andrai a intervistarlo…”, disse Giudici risoluto. Per tutta risposta impallidii, mentre lui provava quel sottile e sadico piacere tipico dei giornalisti di lungo corso nel mettere alla prova i colleghi più giovani, ma ancora sprovveduti, come il sottoscritto.

De Bellis era l’antiquario della casa reale d’Inghilterra, di numerosi principi arabi e del jet-set internazionale. Sul suo conto correvano voci di ogni tipo, naturalmente positive circa le sue abilità e le conoscenze di antiquario, forse ingigantite dall’alone di mistero che avvolgeva il suo personaggio. Nella sua vita aveva rilasciato pochissime interviste a causa del suo carattere schivo e riservato.

Mi chiesi perché toccasse a me quest’onere, o meglio quest’onore, di recarmi da lui per intervistarlo e farci un pezzo. Giudici, forse leggendomi nel pensiero, mi rassicurò.

“Non sei stufo di scioperi e vertenze sindacali? Boschetti è in malattia, la Trezzi in maternità…È la tua occasione, il treno che passa una sola volta nella vita. Se non te la senti chiedo a qualcun altro”, mi disse quasi seccato. Accettai.

***

Era tempo che non passavo in via Montenapoleone e mi ci vollero alcuni minuti per orientarmi nello scintillio di boutique. De Bellis resisteva stoicamente allo tsunami della moda che aveva trasformato il Quadrilatero, da un quartiere come altri, in un autentico polo del lusso. Forse anche per lui, dopo decenni di attività, era giunto il momento di voltare pagina, di cedere il negozio a qualche marchio e di ritirarsi. Lui chiudeva ed io mi apprestavo a dare una svolta alla mia carriera.

La sera precedente avevo cercato notizie sulla sua attività, giusto per non arrivare impreparato. Gli anni d’oro di De Bellis erano stati gli Ottanta in cui si diceva che avesse concluso i migliori affari della sua vita. Ma chi era davvero Gianluca De Bellis, classe 1935, figlio di un sarto e di una modista, partito dal niente per arrivare ai vertici del mercato dell’arte internazionale con la stessa facilità con cui il padre confezionava abiti per la borghesia milanese del primo dopo guerra? Fisicamente me lo immaginavo poco: erano rare le immagini che lo ritraevano, specie quelle recenti. Mi concessi un caffè da Cova, forse per temporeggiare. Mancavano pochi minuti all’appuntamento.

In piedi al bancone sorseggiai la bevanda nera, cercando di mimetizzarmi con il pubblico composto per lo più da turisti attirati dalle griffe del lusso. Mi sentii un pesce fuor d’acqua. Era il caso di andare incontro al mio destino senza temporeggiare ancora. Pochi minuti e raggiunsi il palazzo nel cui cortile interno, all’ombra di un sobrio loggiato, si aprivano le vetrine di uno degli antiquari più importanti d’Italia. Suonai il campanello. Da dietro una tenda di velluto scuro comparve la segretaria di De Bellis. La donna mi accolse con un sorriso stirato, intuendo che non fossi un cliente, ma l’inviato del quotidiano. Fu forse per la mia età che mi squadrò, prima di farmi accomodare in una saletta.

L’accoglienza fu fredda, ma me l’aspettavo essendo l’ultimo della mia redazione.

L’ambiente era sobrio ed elegante, ma quello che vidi era solo una minima parte. Già dall’ingresso, anche uno sprovveduto avrebbe intuito di essere circondato da oggetti preziosi e ricercati, a cominciare dai dipinti appesi alle pareti. L’eclettismo di De Bellis si rifletteva in essi.

Se da una parte campeggiava una splendida veduta di Antonio Canal detto Canaletto, sulla parete di fronte una coppia di manichini araldici di De Chirico, opera degli anni Trenta, mi rapì letteralmente mettendomi quasi in soggezione. In mezzo, accanto alla mia poltrona, troneggiava un trumeau impiallacciato in ebano viola e bois de rose sui cui ripiani, nelle parte superiore, facevano capolino una serie di netsuke giapponesi in avorio, vanitas in bisquit e legno e altri monili che faticavo a distinguere.

“Le piace?”, fece una voce che giunse alle mie spalle facendomi sussultare nonostante il tono fosse amichevole. Era De Bellis. Vedendomi in difficoltà, come se fossi stato colto in errore, l’uomo venne in mio soccorso.

“Il De Chirico… Ho visto come lo guardava poco fa. Effettivamente è un bel pezzo, anche se a dire il vero, il mio cuore batte soprattutto per la pittura dell’Ottocento. Sarà che sono vecchio ormai e un po’ nostalgico…” disse allungandomi la mano.

“De Bellis. Molto piacere”, aggiunse passando alle presentazioni e guardandomi con occhi intensi, da rapace. L’uomo, di notevole statura, sfoggiava un portamento che mi ricordava quello dei nobili di un tempo ritratti in certi dipinti. Indossava un completo di flanella leggera a quadri sottili, di fattura napoletana, abbinato ad un panciotto dotato di numerosi taschini chiusi da pattine dalla forma inusuale.

La camicia era in popelin color cielo con collo alla francese e doppio polsino chiuso da gemelli in metallo scuro, sormontati da un simbolo mai visto, ma dall’apparenza arcaica. La cravatta era in seta a cinque pieghe, blu scuro con motivi foulard impercettibili. Ai piedi calzava delle francesine color cognac di produzione italiana. La sua eleganza era evidente, ma priva di ostentazione, un qualcosa che faceva parte della sua natura, non un orpello per impressionare gli altri. Mi alzai in piedi e ricambiai il saluto.

“Amo De Chirico come quasi tutta la pittura del Novecento italiano”, ammisi timidamente.

“De Chirico era un uomo a tratti burbero, dal carattere spigoloso, almeno per chi lo conosceva in maniera superficiale. Ma sotto a quella corazza enigmatica celava un animo sensibile, quasi fanciullesco”.

“Lo ha conosciuto?”, chiesi incredulo e curioso.

“Naturalmente. Ci si incontrava spesso, non solo a Milano. Amavamo entrambi Venezia”.

“Capisco…” dissi laconico, sentendomi inadeguato al personaggio che stavo per intervistare.

***

De Bellis fece di tutto per mettermi a mio agio. Salimmo nel suo studio privato, al primo piano. Il negozio era grande, dotato di numerosi ambienti in cui l’antiquario esponeva i suoi pezzi, ma al piano superiore c’era il suo studio personale, quello riservato solo ai clienti. Era lì che aveva condotto molte trattative, come mi raccontò. Fu un fiume in piena nel ripercorrere la sua straordinaria avventura umana e commerciale nel mondo dell’arte. Subito dopo la guerra, tra le macerie di una Milano ferita dai bombardamenti, De Bellis, sedicenne, entrò nelle grazie del conte Franceschini, cliente di suo padre. Tra un abito e l’altro il nobile si accorse della passione con cui il ragazzino sfogliava alcune riviste d’arte presenti nel laboratorio di sartoria. Un giorno l’uomo gli mostrò la sua raccolta di opere d’arte e comprese che il ragazzo avrebbe fatto strada. Da quel momento in poi il conte, che non aveva figli, prese sotto la sua ala quel ragazzo dallo sguardo vivace che voleva sapere tutto della pittura dell’Ottocento, pronto a innamorarsi delle tele dei fratelli Gerolamo e Domenico Induno, capace di sognare di fronte alle vedute meneghine di Angelo Inganni o di Mosè Bianchi. Ma il conte aveva anche una passione per l’arte orientale, in particolare per quella cinese e giapponese.

“I primi oggetti in assoluto che riuscii a vendere erano alcuni elmetti da soldato, roba tedesca che avevo trovato insieme a degli amici in un palazzo dove i crucchi erano acquartierati prima del 25 aprile. Giravo in lungo e in largo alla ricerca di qualsiasi cosa che potesse tornare utile. Aiutavo mio padre in bottega e con i pochi soldi che mi dava compravo piccola argenteria, scatole, vecchie tabacchiere che poi rivendevo agli angoli delle strade…” mi confidò senza vergognarsi dei suoi umili esordi.

Ero incredulo nell’immaginare quell’uomo al pari di un moderno venditore ambulante con appresso il suo carico di anticaglie in giro per la città. Una decina di anni dopo iniziò con i primi viaggi all’estero, Londra in particolare, ma anche Parigi, tra le sue mete predilette. Il suo fiuto lo portava a setacciare i mercati dell’antiquariato e a fare incetta di oggetti. Le parole dell’uomo mi ammaliarono, portandomi agli albori di una carriera fatta di scoperte sensazionali, incontri fortunati e tanti sacrifici.

Quando De Bellis aprì il proprio negozio, via Montenapoleone era una strada molto diversa da quella attuale. All’epoca c’erano botteghe varie e semplici negozi, nulla di sensazionale.

“È passata una vita ragazzo”, fece sospirando, al termine del suo lungo racconto interrotto da qualche mia sporadica domanda. De Bellis mi parve un fiume in piena, come se da tempo desiderasse raccontare tutte quelle cose. Forse fu un abbaglio, ma mi trattò come un confidente, al pari di un amico di vecchia data. Concluse poi rivelandomi il motivo per cui aveva deciso di chiudere bottega.

“Non è per età, vede, che ho deciso di ritirarmi, ma perché i tempi sono cambiati. La bella clientela di un tempo, danarosa ma preparata culturalmente, è scomparsa e quella rimasta preferisce rivolgersi alle case d’asta. Alle trattative condotte di persona si predilige l’aggiudicarsi un pezzo a suon di battute al rialzo, magari anche telefonicamente. Qui da me vigeva la regola della stretta di mano quando un affare veniva concluso. La parola data valeva tutto. Ho creato intere collezioni che oggi rappresentano una parte cospicua di alcuni patrimoni. Ho sempre consigliato ai miei clienti di non lasciarsi mai guidare, nella scelta di un pezzo, solo dall’ottica dell’investimento, ma dalla ricerca del bello. Oggi pure le banche seguono il mercato dell’arte e vi investono capitali…”, disse con una punta di malinconia mista a disappunto.

Dopodiché tacque, come se dovesse riprendere fiato. Dalla tasca della giacca trasse una pipa in schiuma di mare, a foggia di teschio, munita di due piccoli brillanti incastonati nelle orbite. Aprì una tabacchiera di radica posta sulla scrivania e, preso del tabacco, lo pigiò con studiata lentezza nel camino della pipa. Vi appiccò fuoco con un fiammifero.

“Mi deve scusare, ma è il solo vizio che ho. Spero non le dispiaccia”.

Pur non fumando le note vanigliate e dolci che si sprigionarono dalla combustione mi giunsero gradevoli. Sorrisi e lui si rilassò un poco, lasciandosi sprofondare nella sua comoda poltrona di pelle.

***

“Spero di non averla annoiata. Forse ho parlato anche troppo. Se ha qualche domanda, me la faccia pure”, aggiunse accomodante. In effetti avrei voluto chiedergli soprattutto dei clienti, dei nomi celebri che erano passati nel suo negozio, ma per una forma di pudore o per non sembrare interessato al semplice pettegolezzo mi trattenni dal farlo.

Sconfinai nella banalità chiedendogli quale fosse il pezzo o i pezzi della sua collezione personale a cui era più affezionato. A quella domanda parve illuminarsi.

“Davvero lo vuole sapere? È così curioso?”, mi chiese a sua volta in maniera benevola, anche se nei suoi occhi brillava ora una strana luce.

Risposi affermativamente.

“Bene, allora mi segua. Le svelerò con piacere ciò che anche ai miei clienti è stato precluso. Ammetto di essere stato sempre geloso di ciò che le mostrerò ora” mi avvertì, invitandomi a seguirlo.

Si alzò e lasciammo lo studio. Scendemmo nuovamente lungo la scala, ma questa volta proseguimmo fino al piano sotterraneo. Due rampe e ci ritrovammo in quelle che un tempo erano le cantine del palazzo. Accese una luce e scorsi un ambiente piccolo, ma perfettamente risanato, una sorta di anticamera dominata da solidi muri di mattoni a vista e da volte a botte.

Davanti a noi c’era una moderna porta blindata. Pensai che qui de Bellis avesse il caveau in cui conservava la sua collezione. Con una chiave fece scattare la serratura a doppia mandata. Il suono secco della stessa accrebbe il senso di attesa di fronte a ciò che stavo per vedere.

Mi chiesi quali oggetti tenesse lì al sicuro, lontano dalla vista di tutti. In quei pochi secondi fantasticai sui possibili autori, pronto a rimanere sorpreso dai tesori che mi apprestavo ad ammirare. Entrò per primo e lo seguii. Illuminò la stanza e improvvisamente vidi tutto.

Il fiato mi mancò. Ero impietrito, come se De Bellis avesse lanciato su di me un incantesimo dal quale non potevo liberarmi. Egli fece qualche passo in avanti, posizionandosi al centro della grande sala e sospirando compiaciuto. Poi si rivolse a me, sorridendomi, mentre mi guardavo intorno smarrito, incapace di reagire. Davanti a me, e lo scoprii pochi secondi dopo, per bocca dello stesso De Bellis, c’erano alcuni dei suoi amati collezionisti.

Aveva deciso di tenerli per sempre con sé. Con passione li aveva riuniti tutti insieme per dare vita ad un’unica e macabra collezione di cadaveri perfettamente imbalsamati e conservati che mi osservavano dalle loro teche illuminate. Vestiti di tutto punto e silenti, attendevano di riprendere vita e tornare a quegli anni formidabili in cui bastava una stretta di mano per suggellare un affare.

Ippolito Edmondo Ferrario

IL BANCHIERE NERO E LA BAMBINA SCOMPARSA. INTERVISTA A IPPOLITO EDMONDO FERRARIO

IL BANCHIERE NERO E LA BAMBINA SCOMPARSA. INTERVISTA A IPPOLITO EDMONDO FERRARIO

Carlo Tortarolo, Capo Redattore di Satisfiction ed Editorialista per Il giornale, ha definito il romanzo “Il banchiere nero e la bambina scomparso” un inferno di pietra, muffa e sangue rappreso.

Subito dopo mi ha sottoposto ad una serrata intervista, senza darmi il tempo di riprendere fiato, mettendomi sotto torchio, per le pagine di Satisfiction.

Carlo non mi ha lasciato spazio per improvvisazioni funamboliche, per parole ricercate e preparate, perché mi ha colto letteralmente per strada quando mi ha intervistato.

Lì, in mezzo alla gente, è come se mi avesse fisicamente stretto in un angolo per vuotare il sacco.

E così è stato.

Un grazie immenso.

IL BANCHIERE NERO E LA BAMBINA SCOMPARSA. INTERVISTA A IPPOLITO EDMONDO FERRARIO

 Intervista a Ippolito Edmondo Ferrario
di Carlo Tortarolo

C’è un punto, nella narrativa nera italiana, dove il delitto smette di essere un gioco di logica e torna a essere una ferita sacra. È lì che si muove Ippolito Edmondo Ferrario, il più inquieto tra i narratori del noir civile, quello che non ha mai accettato la comoda anestesia del “genere”.

Nel nuovo romanzo Il banchiere nero e la bambina scomparsa, (Fratelli Frilli Editore, 2025, pp. 300, € 17,96) Ferrario scende letteralmente all’inferno. Non quello metaforico della psiche o delle metropoli, ma un inferno di pietra, muffa e sangue rappreso.

Lì, tra i resti di una bambina torturata e dimenticata, il suo protagonista Raoul Sforza — banchiere, dandy, ex eversivo e moderno inquisitore — riscopre che la colpa non muore mai: si decompone, ma respira.

Ferrario mescola il ritmo del thriller con la gravità della tragedia. Le sue frasi odorano di cenere e vino rosso, il paesaggio ligure diventa un altare gotico su cui vengono sacrificati l’innocenza e il potere. Triora, Realdo, le valli d’ombra dell’entroterra ponentino: luoghi che sembrano vivi, infettati da una memoria che non vuole morire.

Non c’è redenzione possibile: c’è solo la discesa — fisica, morale, spirituale — di un uomo che ha perso la misura del bene e del male. Raoul Sforza è un personaggio dostoevskiano trapiantato nel realismo allucinato di un’Italia che ha smarrito i propri fantasmi.

Parla come un Nietzsche in giacca Dormeuil, fuma sigari che sanno di lutto e si muove in un mondo dove anche la fede ha un prezzo di mercato.

Ferrario scrive con precisione chirurgica, ma la sua lama è bagnata nel mito. Ogni pagina è una soglia tra documentazione e allucinazione: il romanzo è ispirato al caso reale della giovane Maria Teresa Novara, eppure diventa altro, una liturgia nera sulla sparizione dell’innocenza.

C’è Shakespeare in epigrafe (“L’inferno è vuoto. Tutti i diavoli sono qui”), ma anche Wagner e Pessoa: non come citazioni, bensì come richiami di un mondo dove la letteratura è ancora un rito di dannazione.

Il banchiere nero e la bambina scomparsa è un noir che non dà pace, non intrattiene: ti osserva. È il libro che ti ricorda che certi orrori non passano, cambiano solo indirizzo.

Carlo Tortarolo

Il suo romanzo parte da una storia vera, che è quella di Maria Teresa Novara.

Corretto, perfetto.

Come si attraversa quel confine che c’è tra la cronaca e la letteratura senza tradire la verità e allo stesso tempo senza restare prigionieri?

Certo, è la seconda volta che io affronto un caso vero e l’ho adattato alle mie esigenze narrative. Ho rispettato completamente il caso vero perché, in particolare però quello di Maria Teresa Novara, essendo una bambina mi ha colpito molto.

È stato quasi un processo, il fatto di averlo incamerato in un mio romanzo, secondo me è stato un processo enorme col quale ho voluto proprio esorcizzare il male che trasuda da questa storia e quindi chirurgicamente l’ho preso, l’ho spostato in ambientazione, per esigenze narrative perché volevo tornare a raccontare l’entroterra Ligure, Triora, quindi c’era questa mia esigenza di parlare di un posto in particolare. Dopodiché io ho preso la storia e l’ho trasferita. Ho cercato di farlo con delicatezza, nel senso che quello che, quando si toccano questi temi, queste storie reali, si ha paura di sfruttarle quasi, non le dico per un fine narcisistico da scrittori. Cioè, aver trovato una bella storia e utilizzarla per farci un bel romanzo. Questo un po’ mi fa paura, non vorrei che il lettore pensasse una cosa del genere; quindi, ho cercato di raccontare tutti i lati più terribili di questa storia e poi il mio protagonista ha fatto tutto quello che secondo me una persona a modo dovrebbe fare, cioè portare una sorta di giustizia che arriva purtroppo in ritardo anni dopo.

È una storia terribile.

È terribile, poi comunque alla fine i mandanti dell’uccisione di questa bambina non sono mai stati trovati sostanzialmente, solo una persona è stata incarcerata, le indagini si sono arenate nonostante ci fosse questo magistrato che fino all’ultimo giorno della sua vita, così ho letto, ha cercato inutilmente però di trovare risposte, era disperato questo uomo.

Quindi è una storia terrificante. Adesso le chiedo questo, Raul Sforza è un personaggio che possiamo definirlo abissale, perché è un banchiere allo stesso tempo un ex eversivo, anche un uomo che è divorato dal suo odio. Secondo lei è un simbolo del potere marcio o un essere umano che tenta nella disperazione di salvarsi?

Bella questa domanda, molto bella, non per fare un complimento così, però mi piace immaginarlo come l’angelo caduto, quasi come un Lucifero portatore di luce che viene scagliato giù dal Paradiso e che comunque guarda verso il paradiso con una certa nostalgia. No, non l’ho mai pensato come un uomo logorato dal potere, anzi proprio per come l’ho ideato, l’ho strutturato, è un uomo che detiene il potere e lo sfrutta, ma alla fine anche per distruggere il sistema e nei vari libri si vede. Per esempio, nel secondo arriva a ricattare il sindaco di Milano, lo usa un po’ come una sua marionetta, ma alla fine c’è quasi un compiacimento di questo suo potere e gli fa fare delle cose assurde.

Quindi, lo vedo più come un uomo logorato dall’odio che cerca una forma di riscatto, è un personaggio abbastanza complesso, non è un semplice cattivo alla Diabolik, è un personaggio che alterna fasi di profonda malvagità con l’umanità, però è contrastato e dentro sicuramente ha un demone, non solo negli scantinati del suo palazzo, c’è il demone anche in lui.

Poi ci sono Triora e Realdo che sono dei luoghi reali ma che sono poi anche metafisici, che diventano protagonisti come lo sono alla fine degli esseri umani e le persone. Quanto deve la sua scrittura, il suo modo di raccontare al paesaggio e quanto il paesaggio ha la memoria di quelli che sono i delitti che contiene?

Io al paesaggio credo di dover tantissimo, cioè a me piace la vita contemplativa, sarà un azzardo, però i miei personaggi contemplano il paesaggio, a volte può essere amico, a volte può essere un semplice sfondo, però è una presenza costante che influenza anche le storie e gli stessi protagonisti delle mie storie.

In una delle prime scene in cui Raul arriva e risale la Valle Argentina, si ferma e vede in lontananza Triora, c’è proprio un’immagine quasi cinematografica di Raul di spalle, la valle, questo mare di nebbia, le cime e questo borgo medievale che incombe. Il paesaggio non è un semplice sfondo, è un qualcosa di estremamente concreto. Poi qui stiamo parlando di paesi, in particolare Triora, con storie che trasudano da ogni singola pietra delle case.

Triora è famosa per questo processo alle streghe che c’è stato nel 1587, il più grande processo che c’è stato in Europa, tra l’altro dove non si è bruciata una strega e sono morte per le torture, è durato due anni e ha sconvolto tutta la zona.

Oggi ha questa nomea di paese delle streghe, poi una nomea che è diventata anche turistica nel tempo perché la gente va su per quello, però il processo alle streghe è quasi una scusa perché, se uno visita il paese si accorge che è un paese con una storia millenaria e c’è qualcosa di più antico in quel paese lì, c’è come un’energia che si percepisce.

Adesso non voglio scendere in dettagli fantastici perché lì c’erano i druidi dei Celti, era un luogo particolare, questo no, però ci sono effettivamente dei luoghi particolari e Triora, secondo me, è uno di questi.

Ho attraversato le energie che i protagonisti anche del mio libro, lo stesso Raoul, percepiscono, è un luogo assolutamente esistenziale.

Quando vede invece Realdo a picco su questa falesia di rocce, impressionato, lui fa la battuta, dice: “uno non deve abitare qua, se soffre di depressione è finita, apre la finestra e si butta giù”, questo l’ho sempre pensato anch’io, perché fa veramente impressione, poi sono luoghi molto isolati al pari dei personaggi.

E quando immagino Raoul che si addentra in Realdo di fine autunno dove non c’è nessuno, sono luoghi spettrali che però hanno come un’anima, così si rivelano i protagonisti che interagiscono con i luoghi.

È praticamente una frazione di Triora?

Eh, sì certo, corretto, sopra Sanremo

Adesso le chiedo questo, il romanzo oscilla tra il noir e la tragedia sacra, ma lei pensa che oggi il male ha ancora bisogno della dimensione mitologica, della dimensione del mito per essere compreso, per essere capito?

Guardi, questa è una bella domanda, molto ma molto complicata, ma il male per me si può presentare sotto varie forme, non voglio entrare nei discorsi troppo complessi. Nel libro il male è molto umano, sono esseri umani che praticano il male e forse sono il volto stesso del male.

Quindi le direi, il male in questo libro è quello che avvince sostanzialmente l’essere umano, che lo mette in pratica e poi ci sono uomini che invece riescono a distinguerlo.

Sforza che alla fine sembrerebbe il portatore del male assoluto in questo caso, tra tutti i vari personaggi che ci sono nel libro sembra quasi un santo.

Pensando all’ultimo libro su Lovecraft di De Turris mi viene in mente che gli dèi antichi sono così distanti e disinteressati all’uomo da incarnare l’essenza dell’umanità. Nel senso che nella sostanza non c’è niente di più disinteressato è distante all’umanità dell’uomo e in questo io ci vedo un principio del male.

Sì, ho capito benissimo, poi Lovecraft io l’adoro, penso di aver letto tutto e riletto tutto più di una volta. Ha una dimensione molto profonda e insieme terra terra il male che si trova nell’umanità.

Adesso vi faccio una domanda, invece nel libro si respira un’aria un po’ da Requiem Civile, cioè la violenza, la burocrazia, l’ingiustizia. Cioè, è un atto d’accusa nei confronti dell’Italia che dimentica, oppure è un modo per darle voce?

Allora certo, adesso non voglio dire che il mio romanzo deve diventare simbolo di una lotta contro le varie ingiustizie. La storia italiana è costellata, penso anche in altri paesi, però la storia italiana è costellata da ingiustizie insolute, dalle stragi, ma anche da tante morti, come quella di Maria Teresa dove la giustizia ha annaspato e non è arrivata da nessuna parte sostanzialmente, ma così come per questa bambina per decine di altri casi.

Io in questo caso più che l’accusa sono passato al secondo passaggio, cioè la messa in pratica della giustizia, che è una giustizia naturalmente sommaria, ma questo è un po’ il risultato di quello che ho detto io.

Io ho dovuto esorcizzare il male di questa storia e l’unico modo per farlo era passare all’azione.. Io rivendico molto una formazione legata alla cultura cinematografica.

Quindi un po’ un Jack Reacher.

Io direi anche un Charles Bronson, ma mi piacciono un po’ quei personaggi così, anche non semplici, perché sarebbe riduttivo, però che la risolvono la questione, che a un certo punto passano all’azione. Dopo c’è anche il momento per pensare, per meditare.

Non sono quindi personaggi vuoti, semplici uomini d’azione, però persone che, quando a un certo punto la situazione non si risolve passano alle maniere dirette. Questo a me piace. Poi c’è l’ispettore Callaghan che è tutto un altro personaggio, però mi piacciono questi personaggi. Non le dico la passione del rambo della situazione, però è abbastanza umano che, quando ci si scontra con dei muri di gomma davanti a certe cose, la persona più tranquilla vorrebbe una risoluzione definitiva delle questioni e non trascinarsele per anni.

Anche davanti ai delitti più efferati si vorrebbe una sorta di giustizia rapida e io cerco di darla al lettore col mio personaggio. Poi gli ultimi capitoli sono molto truculenti, volutamente, perché alla fine il banchiere fa una sorta di massacro, però fa parte del personaggio.

Raoul Sforza ride di fronte alla morte, cita Pessoa. Lei come autore è più vicino alla sua parte demoniaca o alla nostalgia di redenzione?

La sua parte demoniaca -lei ha parlato dell’ironia, anche di fronte alla morte, con certe battute e tutto- io credo che si debba esorcizzare, almeno è il mio modo, anche un po’ di esorcizzare la morte, che resta il più grande mistero dell’uomo insieme alla vita.

Quindi mi piace il lato ironico. Se non c’è ironia non si sopravvive, secondo me, anche nelle situazioni a volte più drammatiche. Non l’ironia stupida, però a volte salva e quindi è un’ironia salvifica, anche quella brutale in certi momenti. Come nei film di Arnold Schwarzenegger, quelle freddure, dove magari ammazza 100 persone e poi la freddura fa passare tutto, è come un ammazzacaffè, fa scendere tutto.

Esatto, rende meno tragica la cosa drammatica.

Bisogna un po’ ridere anche di sé stessi.

Alla fine, passa l’idea che l’inferno non sia tanto un luogo ma una memoria collettiva. Cosa le rimane addosso, umanamente, dopo aver scritto questa storia?

Guardi, dopo aver scritto questa storia in particolare, mi sono sentito svuotato. C’è una sorta di stanchezza, ma non è una stanchezza per la stesura del romanzo. C’è una delle scene finali in cui, il banchiere prima di andarsene dalla valle va a visitare la tomba della ragazzina, che in questo caso è in un paese lì vicino a Triora.

Nella realtà credo che Maria Teresa Novara sia seppellita nel suo luogo di nascita, che è vicino a Canale d’Alba. E quando ho scritto questa scena mi sono sentito veramente stanco, una grande stanchezza.

Cioè, ero arrivato alla fine del libro, però era una stanchezza che non volevo più, basta, la storia l’avevo finita, avevo passato tutto questo percorso e tutto, ma ne sono uscito veramente stanco, mentalmente e fisicamente, forse perché è veramente ammorbante come storia; quindi, mi è entrata dentro e prima di ripensare ad un’altra storia ci ho messo un po’, insomma, questo è quanto.

Non mi ha lasciato indifferente, mi ha prodotto una stanchezza, che non è fisica ma mentale.

Nel senso che avrebbe voluto fare di più, oppure perché si sentiva comunque di aver fatto tutto quello che poteva fare?

Allora c’è un certo punto nel libro in cui Raul si comporta diversamente rispetto ad altri libri, dove quasi dice: “giustizia è fatta” e se ne va via soddisfatto. In questo caso sì, giustizia è fatta, però c’è anche amarezza, cioè lui stesso dice, ma si pone la domanda: “ma forse è stato davvero tutto utile quello che ho fatto? Sì, ho ammazzato gli ultimi personaggi di questa storia e tutto, però alla fine la bambina è morta, io sono arrivato dopo 40 anni dei fatti e quindi, cioè a chi giova tutto questo?” Con una certa stanchezza, in tutti i libri ha ammazzato, ha sempre fatto di tutto e di più, qui uccide però, accusa un po’ il colpo.

Diciamo che non c’è stata una catarsi perché il male era troppo grande.

Sì, ecco quando io ho scritto quella scena lì l’ho immaginata con una colonna sonora, lui ascolta questa canzone e tutto, quando arriva al cimitero saluta la bambina a suo modo e mi sono commosso nello scrivere quella scena.

Così anche come mi era successo anche nel quarto romanzo dove si parlava di un bambino e della Shoah a Venezia, tutta una storia vera.

Anche lì mi ha pesato, ma io credo che questa sia un po’ la mia debolezza nei confronti di tutte quelle vicissitudini che hanno per protagonisti i bambini, perché brutalmente, quando leggo di uno della mia età che fa una brutta fine mi spiace, però non mi sento così coinvolto.

Ma il male ai bambini è proprio una cosa che per me è intollerabile e quindi non riesco a darmi una spiegazione. Per tutto, anche quando sono malati.

 

Il banchiere nero e la bambina scomparsa recensito da Nancy Citro per le pagine di Satisfiction

Il banchiere nero e la bambina scomparsa recensito da Nancy Citro per le pagine di Satisfiction

Con immenso piacere ripropongo qui di seguito la bellissima recensione che la puntuale Nancy Citro ha dedicato, oggi 20 ottobre 2025, dalle pagine della prestigiosa rivista di critica letteraria Satisfiction a “Il banchiere nero e la bambina scomparsa”.

Una recensione che va al di là degli schemi e che è una discesa nel libro stesso, negli orrori (veri) descritti pagina dopo pagina, fino alla fine, senza sconti.

Ippolito Edmondo Ferrario anteprima. Il banchiere nero e la bambina scomparsa

Liguria, valle Argentina.
Una lingua di terra che si arrampica dal mare e poi si ripiega su sé stessa.
Era il 1968, l’anno in cui la luce tentò di farsi rivoluzione — ma nella valle, invece, discese un’ombra antica. Il mare, lontano, respirava placido, ignaro delle tempeste che presto ne avrebbero increspato la quiete.

Il 16 dicembre, una nota dissonante spezza la melodia che sale dall’entroterra: una bambina strappata al sonno in una notte senza sogni, consegnata al silenzio. Scompare. E da quel momento il tempo si ferma. Otto mesi dopo, la terra restituisce il suo corpo, a pochi chilometri da Triora — il borgo che porta inciso nel nome l’eco di streghe e processi, di fuochi e sussurri. Un’eco rimbomba nel vuoto lasciato dalla mancanza definitiva.

Cinquant’anni più tardi, la valle riapre i suoi occhi di pietra. Il corpo di Osvaldo Russo affiora dal silenzio, privo di vita. Ancora una volta, una nota stonata. Ancora una volta, un mormorio che si gonfia fino a gridare contro l’ipotesi di suicidio.

A indagare è Raoul Sforza, detto il banchiere nero. Freddo, spietato, discende nella valle come dentro un sogno saturo, dove ogni passo affonda nella memoria e nell’ombra. Tra segreti e ferite antiche, segue le tracce di un delitto mai davvero sepolto.
Le colline respirano. I morti osservano.
E la verità lo attende — non come luce, ma come un’ombra che si dissolve appena la notte scompare. Una musica antica continua a vibrare tra i monti, in attesa che qualcuno la riconosca.
Questa è una valle che non ha ancora imparato a morire.

Con questo romanzo, Ippolito Edmondo Ferrario (Fratelli Frilli Editori, 300 pagine, €18,90) scrive una storia fatta di ombre e di respiri trattenuti. Non un semplice noir, ma un affondo nella carne viva della realtà — là dove la verità pesa più della fantasia. Una storia nata da una ferita vera: e da quella ferita scaturisce un’angoscia che nessun artificio narrativo potrebbe imitare.

Vediamo il letto vuoto, il silenzio che lo fascia come una coltre. Le case immerse nel buio sembrano custodire un segreto troppo grande per essere detto. La deformità dell’animo umano si specchia nei nostri incubi più antichi, nei luoghi dove la paura ha preso casa. Siamo in quella stanza, di notte.
Fuori, una calma irreale accompagna l’ultimo sonno di una bambina che resterà per sempre bambina.

È nella memoria collettiva — fragile, intermittente, smarrita — che si misura la civiltà di un popolo.
Questo romanzo è una forma di redenzione: un tentativo di riaprire una porta serrata dal tempo, di lasciar uscire i fantasmi che ancora ci abitano. Ferrario li guarda con pietà, li rende umani.
Perché l’uomo, nel suo abisso, è infinitamente più devastante di ciò che teme.

Nancy Citro