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È così che definirei (onirico, visionario, scioccante), se fossi un critico musicale, l’album “Idrovolante” del gruppo Sotto Fascia Semplice il cui cuore pulsante è un personaggio poliedrico da maneggiare con cautela.

Sto parlando di Mario Vattani (www.mariovattani.it), ex console italiano in Giappone, fondatore e voce di una band rock identitaria molto conosciuta.

Vattani però è anche scrittore; il suo nome è legato indissolubilmente al romanzo noir “Doromizu. Acqua torbida” edito da Mondadori per la collana Strade Blu nel 2016.

Mario è anche un profondo conoscitore dell’Oriente, ma non è mio desiderio tesserne le lodi a vanvera. Pur non conoscendolo di persona, credo sia un tipo di sostanza.

A proposito di “Doromizu. Acqua torbida” sappiate che non l’ho letto. Non ancora, ma lo farò.

Sono in perenne ritardo su tutto, specie sui buoni propositi.

Per ora mi fermo all’ album “Idrovolante” facilmente scaricabile. Io l’ho fatto tramite Itunes Store.

Inizialmente lo avevo acquistato perché conteneva la cover del Mercenario di Lucera, lo storico pezzo di Pino Caruso nato nel lontano 1969 al Bagaglino di Roma. Il sottoscritto, che da alcuni anni è in sintonia con le storie di questi volontari di guerra italiani ritratti da Caruso, ha apprezzato molto l’interpretazione di Vattani.Il pezzo conserva tutto il suo fascino, anzi è ancora più bello.

A quel punto era naturale ascoltare il resto dei brani. Il primo ascolto mi provoca disagio. Non fa per me, mi dico. Sonorità che cozzano con il mio gusto. Poi qualche giorno fa, avendo l’album nello smartphone, decido di riascoltarlo. Sono le 9 del mattino, cammino per Brera. Poco dopo mi ritroverò in palestra a spostare ferro con la musica nelle orecchie, perché l’allenamento con i pesi per me è una sfida solitaria, ascetica. La palestra non è una sala da tè in cui tessere relazioni sociali. E la voce di Vattani mi accompagna anche durante l’allenamento. Non riesco a smettere di ascoltare l’album.

C’è qualcosa di torvo, cupo, forte, e viscerale nei testi, nelle musiche e nella sua voce. L’immagine dell’idrovolante che si alza nella nebbia della laguna mi rapisce. Vattani non fa sconti nel pezzo “Come mai”, impietoso ritratto dei tempi che corrono e di un modo “nostro” di vedere le cose.

Mi piace e parecchio. Con “Libera” mi concede di riprendere fiato, ma non troppo. Mi sembra di vivere un amplesso, di fare l’amore. La musica, certa musica, ha un potere straordinario, ti fa volare con la mente. E poi c’è “Lampeggiante”: vedo Vattani sul suo idrovolante in cerca di intuizioni che solo chi vola alto, chi va oltre, può percepire.

Tornerò in futuro a parlare di lui, di Mario, e lo farò dopo aver letto “Doromizu. Acqua torbida”. Lo prometto.