Il banchiere nero e la bambina scomparsa recensito da Nancy Citro per le pagine di Satisfiction

Il banchiere nero e la bambina scomparsa recensito da Nancy Citro per le pagine di Satisfiction

Con immenso piacere ripropongo qui di seguito la bellissima recensione che la puntuale Nancy Citro ha dedicato, oggi 20 ottobre 2025, dalle pagine della prestigiosa rivista di critica letteraria Satisfiction a “Il banchiere nero e la bambina scomparsa”.

Una recensione che va al di là degli schemi e che è una discesa nel libro stesso, negli orrori (veri) descritti pagina dopo pagina, fino alla fine, senza sconti.

Ippolito Edmondo Ferrario anteprima. Il banchiere nero e la bambina scomparsa

Liguria, valle Argentina.
Una lingua di terra che si arrampica dal mare e poi si ripiega su sé stessa.
Era il 1968, l’anno in cui la luce tentò di farsi rivoluzione — ma nella valle, invece, discese un’ombra antica. Il mare, lontano, respirava placido, ignaro delle tempeste che presto ne avrebbero increspato la quiete.

Il 16 dicembre, una nota dissonante spezza la melodia che sale dall’entroterra: una bambina strappata al sonno in una notte senza sogni, consegnata al silenzio. Scompare. E da quel momento il tempo si ferma. Otto mesi dopo, la terra restituisce il suo corpo, a pochi chilometri da Triora — il borgo che porta inciso nel nome l’eco di streghe e processi, di fuochi e sussurri. Un’eco rimbomba nel vuoto lasciato dalla mancanza definitiva.

Cinquant’anni più tardi, la valle riapre i suoi occhi di pietra. Il corpo di Osvaldo Russo affiora dal silenzio, privo di vita. Ancora una volta, una nota stonata. Ancora una volta, un mormorio che si gonfia fino a gridare contro l’ipotesi di suicidio.

A indagare è Raoul Sforza, detto il banchiere nero. Freddo, spietato, discende nella valle come dentro un sogno saturo, dove ogni passo affonda nella memoria e nell’ombra. Tra segreti e ferite antiche, segue le tracce di un delitto mai davvero sepolto.
Le colline respirano. I morti osservano.
E la verità lo attende — non come luce, ma come un’ombra che si dissolve appena la notte scompare. Una musica antica continua a vibrare tra i monti, in attesa che qualcuno la riconosca.
Questa è una valle che non ha ancora imparato a morire.

Con questo romanzo, Ippolito Edmondo Ferrario (Fratelli Frilli Editori, 300 pagine, €18,90) scrive una storia fatta di ombre e di respiri trattenuti. Non un semplice noir, ma un affondo nella carne viva della realtà — là dove la verità pesa più della fantasia. Una storia nata da una ferita vera: e da quella ferita scaturisce un’angoscia che nessun artificio narrativo potrebbe imitare.

Vediamo il letto vuoto, il silenzio che lo fascia come una coltre. Le case immerse nel buio sembrano custodire un segreto troppo grande per essere detto. La deformità dell’animo umano si specchia nei nostri incubi più antichi, nei luoghi dove la paura ha preso casa. Siamo in quella stanza, di notte.
Fuori, una calma irreale accompagna l’ultimo sonno di una bambina che resterà per sempre bambina.

È nella memoria collettiva — fragile, intermittente, smarrita — che si misura la civiltà di un popolo.
Questo romanzo è una forma di redenzione: un tentativo di riaprire una porta serrata dal tempo, di lasciar uscire i fantasmi che ancora ci abitano. Ferrario li guarda con pietà, li rende umani.
Perché l’uomo, nel suo abisso, è infinitamente più devastante di ciò che teme.

Nancy Citro